Specialissimo – Capitolo 4

Quando un racconto prende forma riga dopo riga la soddisfazione è nello scrittore, giudicare la forma sta però al lettore.

Capitolo 3: https://ilmondodelleparole.wordpress.com/2014/08/31/specialissimo-capitolo-3/

CAPITOLO 4
Era sera, mio padre preparava la cena, e io ero stravaccato sul divano, con un libro tra le mani e gli occhi puntati sul vetro della finestra, vuoti e inespressivi, per osservare la sua sagoma senza essere visto, quando lui mi fece una domanda, distratto, alla quale ovviamente non risposi.
“Al diavolo! Vuoi tua sorella? E ti ci porto da ‘sta cazzo di sorella!”. Le posate che aveva in mano volarono via, e lui si avvicinò minaccioso a me, con uno sguardo serio e cattivo, che mai prima di allora gli avevo visto addosso. “Tommi, tua sorella non tornerà, lo capisci? Se n’è andata, punto, fine, volata via, basta!”.
Lo sapevo da tempo, da quando quella porta si era chiusa violentemente, quella sera. Eppure quelle parole mi fecero male. Fino a quel giorno la speranza si era appropriata di me, facendomi credere in un suo improvviso ritorno, al punto di rifiutare di vedere la realtà come stava davvero, mentre ora la consapevolezza della sua assenza si fece dolorosa e pungente, come tante spine piantate in corpo.
Mio padre non stette neanche ad ascoltare la mia risposta, raccolse le posate che aveva lanciato, e tornò al suo lavoro. Avrei potuto dire qualcosa, scusarmi, abbracciarlo, oppure mostrargli la mia rabbia e il mio dolore, ma non lo feci. Lui aveva distrutto la mia famiglia: non era più degno di essere considerato mio padre.
Rimasi a vivere con lui, senza più pensare né a mia madre né a mia sorella, accettando tutto come se fosse normale. Un rapporto freddo e distaccato ci separava, come due calamite che tentano di avvicinarsi dallo stesso polo, ma che si respingono a vicenda. Raggiunsi i dieci anni da solo, senza donne o amiche femmine intorno. Iniziai a detestarle tutte, a scuola, nell’albergo, per strada, ovunque. Vedevo in loro persone troppo fragili e inaffidabili per meritare attenzione. E mentre maturavo queste nuove concezioni, il bambino che era in me mi spinse a riaprire quel diario che avevo salvato dall’abbandono il giorno in cui dovetti lasciare la mia casa natale. Lo avevo nascosto a me stesso, proibendomi di dissotterrare il passato, e lo tenevo nel fondo di un armadio. Ecco, quel giorno trasgredii la mia stessa regola, e ne fui fiero. Lessi qualche frase a caso, cercando il nome di mia sorella. “Oggi Francesca compie diciassette anni!”, “Francesca mi ha accompagnato dal dottore perché papà aveva un impegno più importante”, “Francesca è rimasta con me fino a tardi perché papà lavora”. Tutte quelle Francesche iniziarono a girarmi davanti agli occhi, fino a ricomporre quel viso che non vedevo più da tre anni.
Avrebbe dovuto avere vent’anni, ormai. Avrei voluto festeggiare con lei il diploma, la maggiore età, la patente, l’università, la laurea, il primo lavoro… E invece tutto è andato in pezzi. Quel diario dalle pagine tutte pasticciate era ancora aperto tra le mie mani, e per la prima volta mi fece schifo. Lo scaraventai via, come il mio passato, deciso che non lo avrei mai più riaperto.

continua…

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