specialissimo – Capitolo 3

Leggere una storia a metà non è legge né divieto, ma un consiglio da buon lettore ce l’avrei: se vuoi godere fino in fondo il succo di un racconto, parti dalla prima lettera maiuscola della prima pagina del primo capitolo.

Capitolo 2: https://ilmondodelleparole.wordpress.com/2014/08/28/specialissimo-capitolo-2/

CAPITOLO 3
In macchina il silenzio era pesante, la radio spenta e le bocche chiuse. Nessuno aveva voglia di parlare, e forse non ce n’era neanche bisogno. Stavamo andando incontro a un niente che poteva essere tutto, correndo rischi e prendendo precauzioni, in nome di una famiglia sull’orlo della disgrazia che ancora riusciva a credere in un futuro assieme.
Abitammo in un albergo per più di un anno. Io e mia sorella ricominciammo la scuola, e mio padre fu assunto come cameriere nella struttura. A me piaceva stare là. Gli spazi erano molto ridotti, è vero, c’era un solo minuscolo bagno, e dovevo dividere la stanza con mia sorella, ma il fatto di avere un posticino solo per noi che non fosse in mezzo a una strada mi ridiede un po’ di speranza. Iniziai a passare molto più tempo con mia sorella. Mi veniva a prendere da scuola, mi aiutava con i compiti, mi preparava la cena, mi dava la buona notte. Quel nostro legame che era sempre stato solido, con lo stesso sangue che ci scorreva in corpo e la stessa vita condivisa, divenne ancora più forte. Cominciai a vedere in lei il volto confuso di mia madre, e una sera feci l’errore più grande che potessi mai fare.
Stavo andando a dormire, e mia sorella era sul letto, accanto a me, per darmi il bacio della buona notte, come sempre. Fu un attimo di confusione, un’immagine sull’altra, mi avvicinai e la baciai sulla guancia, poi pronunciai le fatidiche parole “Notte, mamma”. Non è che non me ne accorsi, anzi, sapevo bene cosa avevo appena detto, e mi resi subito conto dello sbaglio immenso che avevo fatto. Mia sorella si fermò, come impietrita, e io, facendomi piccolino sotto le coperte, la guardai. Mi chiese lentamente, come se si volesse assicurare di aver sentito bene, “Come mi hai chiamata?”. Farfugliai delle scuse preso dall’agitazione, imbarazzato e impaurito, ma lei si avventò su di me, mi sollevò a sedere sul letto e la sua mano precipitò sulla mia guancia, potente e involontaria. Quella fu la prima e ultima volta che alzò le mani su di me. Sentii lo schiocco, ma quello che fece ancora più male fu che proveniva dalla mano di mia sorella, una mano in parte mia, stessa forma e stesso sangue. Non m’importò della mia faccia arrossata o delle lacrime che uscivano dagli occhi, vidi mia sorella alzarsi, quasi scioccata, dicendomi “Tu te la devi dimenticare, hai capito?”, e provai un brivido. Ancor prima che potessi rispondere qualcosa, però, lei era già uscita.
Quella sera non tornò a casa, e io stetti tutta la notte ad aspettarla, stringendomi al peluche che mi aveva regalato per i miei cinque anni. Sentivo in qualche modo e per qualche assurdo motivo di averla persa, per una parola sbagliata, una mia parola sbagliata, e mi odiai profondamente per questo. Mio padre mi vide, rosso in faccia e mezzo sconvolto, ma non mi chiese niente. Capì da solo cos’era successo. “Aspetta solo che torni, e gliela faccio passare, ‘sta voglia che ha di fare a botte con la gente!”, disse, più a sé stesso che a me. Avrei dato tutto per avere qualche anno in più e riuscire a rintracciare mia sorella, dirle “Non fa niente, ti perdono”, dirle di tornare a casa, da me.
Il giorno dopo tornò. Non disse mai dov’era stata, non salutò né me né mio padre, si chiuse in bagno e aprì l’acqua della doccia. Sono sicuro che non stesse facendo la doccia. Era una ragazza furba e coscienziosa, non si sarebbe mai messa a farsi una doccia in un momento come quello.
A distanza di un anno da quando ancora credevamo nella nostra modesta famiglia, quel legame che ci univa, già provato da tante sofferenze, si spezzò improvvisamente e in modo irreparabile.
Quella sera mio padre mi mandò a letto presto, ma io ascoltai tutto quello che veniva detto di là dalla porta. Non avevo mai sentito mio padre parlare così a mia sorella. Le disse cattiverie che non meritava, la accusò di ogni colpa che non aveva, e la insultò pesantemente. E più i toni si alzavano più io stringevo il mio peluche. Ero attonito e spaventato dal comportamento aggressivo di mio padre. Sobbalzai quando una sedia volò per la stanza, ebbi paura quando un piatto si ruppe, piansi quando una porta si chiuse definitivamente. Mia sorella se n’era andata.
Spalancai la porta della mia camera come un posseduto, e corsi verso mio padre, che era ancora lì dalla porta d’ingresso. Molto probabilmente piangevo, ripetevo “Scusa, scusa!” come un disperato, ma mio padre non mi fece proseguire, mi afferrò di peso e mi chiuse in camera. Provai per lui il più profondo odio per aver distrutto quel poco che restava della mia famiglia, e da quel giorno il rapporto con mio padre divenne estraneo e lontano, freddo, e distaccato, come tra due sconosciuti. Nessun abbraccio, nessun bacio, nessun sorriso complice, nessun accordo.
Speravo che mia sorella tornasse, ma non tornò mai.
Me la presi anche con lei, per avermi abbandonato, divenni scorbutico e aggressivo, persi tutti i miei amici. La mia maestra mandò a chiamare mio padre e gli disse che picchiavo i miei compagni. Rimasi a casa da scuola da solo, per una settimana, ma nulla cambiò. Poi un giorno mio padre perse la pazienza…

continua…

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