specialissimo – Capitolo 2

Continuare un’avventura cominciata è affar di chi la comincia. E così, anche oggi, e ogni giorno, quell’avventura continuerà a vivere.

Capitolo 1: https://ilmondodelleparole.wordpress.com/2014/08/24/223/

CAPITOLO 2

Vagai per le stanze, ancora arredate, ma vuote e silenziose, e mi resi conto della ricchezza che avevamo e che stavamo per perdere. Una vita spesa a costruirci il nostro nido, e un colpo di vento è sufficiente per distruggerlo.

“Tommi? Ci sei? Ti aspetto in macchina, okay?”. Non sono sicuro di aver sentito quelle parole, di sicuro non c’ero, non ero pronto, non ancora.

Andai in camera di mia sorella: anche lei non era pronta. Mia sorella aveva diciassette anni, all’epoca, ed era come una mamma, per me. Forse per il fatto di essere più grande, e quindi in grado di capire, divenne l’oggetto di sfogo di mio padre e, dopo, anche il mio. Ho sempre ammirato mia sorella, lei, che ascoltava tutti ma non si faceva ascoltare, una ragazza abbastanza riservata con gli estranei, ma che se c’era bisogno era la prima a presentarsi, una ragazza sempre gentile, ma anche intelligente, forse persino più della sua età. Molto probabilmente aveva già capito da tempo che ce ne saremmo dovuti andare da casa, ma non me lo aveva mai detto. Qualcosa in lei, però, era cambiato. Non aveva più quella sua tipica speranza, quando a cena chiedeva a mio padre se qualcuno aveva accettato la sua richiesta di lavoro. Sapeva già che la risposta sarebbe stata la stessa dei centotrentaquattro giorni precedenti, quando mio padre comunicò di essere stato licenziato. Non disse mai il perché, ma mia sorella forse l’aveva capito: le sue assenze, la sua rabbia, la sua mancanza di voglia di lavorare. Tutto causato dalla scomparsa della mamma, un anno prima. È morta di malattia, ma nessuno mi ha mai detto quale. Mia sorella mi disse “Una malattia che non perdona”, ma non aggiunse altro. Fu diverso, perché lei di solito era sempre in qualche modo mia complice. Ma della mamma lei non voleva mai parlare. Quando le chiedevo di lei, si arrabbiava e se ne andava, e spesso mi diceva “Pensa al presente, Tommi!”, il che suonava più come un consiglio che come una minaccia.

La mamma non mi è mai mancata tanto, ma a mia sorella sì. E anche a mio padre. Sarà che la mia tenera età ha voluto cancellare i ricordi dolorosi, mentre mia sorella aveva sedici anni e un legame meraviglioso con la mamma. Però insieme ce l’abbiamo messa tutta per ripartire. Secondo mia sorella papà non si è impegnato abbastanza, mai come abbiamo fatto noi. Ormai lui faceva orari sempre più strani, al lavoro, ogni giorno diversi, a volte non usciva proprio di casa, e vedevo che mia sorella era sempre più delusa e rimproverante. “Francesca, cerca di capire, ti prego, non ce la faccio, non posso. Tutti laggiù mi ricordano lei. Mi sento oppresso, tu non t’immagini quanto!”, lo sentii dire una sera. E a forza di far capricci lo licenziarono.

E così torniamo al quel giorno…

Entrai in camera di mia sorella. Stava piangendo, guardando una foto della mamma che la ritraeva al parco, sorridente, in sella alla sua bicicletta preferita. Ricordo bene quando gliela regalammo, per il suo quarantunesimo compleanno. “Potrei prenderla io, quella foto?”, chiesi implorante. Lei la tolse dalla cornice ormai tutta graffiata e rovinata, e me la diede in mano, asciugandosi le lacrime. “Ti piace molto, questa, eh? Se vuoi ne ho un’altra simile…”. Era un discorso a vuoto, nessuno dei due voleva veramente parlare di quello. Restammo in silenzio per un po’, mano nella mano, un po’ abbracciati. “Perché lo vuoi fare, Tommi? Avresti una casa, i tuoi vestiti, tutte le tue cose…”, “Ma non avrei voi. Non voglio perdervi così…!”. Improvvisamente le lacrime iniziarono a spingere per uscire, e io non mi sforzai neanche di fermarle. Mia sorella mi strinse a sé, e ci sdraiammo sul letto, per l’ultima volta.

È triste pensare a quante ultime volte ci sono state in meno di ventiquattr’ore: l’ultima notte, l’ultima colazione, l’ultima doccia, l’ultimo abbraccio.

Con lo zaino ancora in spalla stavo appoggiato al corpo grande di mia sorella, e lei mi accarezzava i capelli, come un tempo avrebbe fatto la mamma. Fu in quel momento che entrò mio padre, e lì la malinconia fece posto alla consapevolezza che era ora, e niente avrebbe potuto più cambiare le cose.

continua…

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